ITalYa

Layout 1

ALBUM
Delilah Gutman, voice
Rephael Negri, violin
Stradivarius, Milan – Italy

TRACK LIST

1
Bezalel Aloni (1940), Love Song
voice
Shir haShirim 8:6

2
Anonimo, Kyriah Yefeifiah
voice and violin
Shalom ben Yosef Shabbazi (1619-1720)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

3
Anonimo, Fire Dance
violin
Arrangement by Rephael Negri

4
Delilah Sharon Gutman (1978), Ossé Shalom
voice and violin
Siddur, Ossé Shalòm

5
Joel Engel (1868-1927), Numi numi
voice and violin
Yekhil Halperin (1880 – 1942)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

6
Anonimo, Sheyibanè
voice
Siddur, Sheyibanè beith hamikdàsh
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

7
Anonimo, Kuando el rey Nimrod
voice and violin
Anonimo (XIII-XIV secolo)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

8
Anonimo, Durme, durme
voice and violin
Anonimo (XV-XVI secolo)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

9
Anonimo, Sing mire in Liedele
voice
Anonimo (XIX secolo)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

10
Shlomo Secunda (1894-1974), Dana dana
violin
Aaron Zeitlin (1898 – 1973)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

11
Daniel Galay, Andante con moto
violin

12
Anonimo, Shalom Aleichem
voice and violin
Cabbalisti di Tzfat (XVII)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

13
Anonimo, Yedid Nefesh
voice and violin
Rabbi Elazar ben Moshe Azikri (1533-1600)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

14
Max Janowski (1912-1991), Avinu Malkeinu
voice
Max Janowski, dal Siddur
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

15
Samuel Cohen (1870-1940), Hatikva
voice and violin
Naftali Herz Imber (1856-1909)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

16
Anonimo, Hinné ma tòv
voice and violin
Salmo di Davide 1:133
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

17
Gershom Lev, Prok Yas Anach
violin
Arrangement by Rephael Negri

18
Anonimo, Adio Querida
voice and violin
Anonimo (XV secolo)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

19
Anonimo, Nani nani
voice and violin
Anonimo (XV-XVI secolo)
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

20
Anonimo, Tarantino
violin
Arrangement by Rephael Negri

21
Anonimo, Hevenu Shalom Aleichem
voice and violin
Anonimo
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

22
Anonimo, Shalom Aleichem
violin
Arrangement by Rephael Negri

23
AnonimoShemà
voice and violin
Devarim 6:4
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

24
Ilse Weber (1903-1944), Wiegala
voice
Ilse Weber
Arrangement by Delilah Sharon Gutman

25
Delilah Sharon Gutman (1978), La memoria parla un canto
voice and violin
Haim Baharier (1947)

26
L.Ssaminsky (1882-1959), Ani’ Hadal: Melodie der Jemenniten
voice
Eliezer Ben.Yehuda (1858-1922) “Luach erez Israel”

Recording, Mixing and Editing by Andrea Felli at Farmhouse, Rimini – Italy

ITalYa-studio

Cosa fa che una voce si trasformi in canto?
Haim Baharier

La responsabilità, l’onere dell’insegnare diventa talvolta onore: l’onore di avere allievi che sanno trasformare impulsi verbali e di pensiero in musica, in canto. Delilah Gutman e Rephael Negri.

La fatica dello studio è riscattata dalla melodia. “Seminare lacrime per mietere canto” leggo in un salmo.

Cosa fa che una voce si trasformi in canto? Sopra ogni cosa, la gratuità.

La tredicesima tribù di Israele era quella dei Leviti: tribù senza possedimenti, la sua funzione era quella di collante delle altre dodici, dell’intera identità israelitica: svolgeva questa funzione attraverso l’accompagnamento musicale.  Incarnava la gratuità delle arti, annodava tra loro le specificità delle tribù per farne tessuto universale. I Leviti che innalzavano salmi a Dio per ogni giorno della Creazione, per il sesto giorno, il giorno della creazione dell’uomo, cantavano: Ad(o)nài malàh…, “Dio regna…” (Salmi, 93, 1). Malòh, ‘regnare’, è anche ‘mediare’. Il sesto giorno inaugurò una mediazione: da quel momento in poi non ci si attese che un rapporto a due, una comunicazione. L’orecchio dell’uomo, fatto di coscienza libera e di carne, fu finalmente pronto, idoneo ad ascoltare. Se la dimensione del trascendente, del Dio fattosi ritroso, non contempla suoni, non è sordo l’orecchio della sua creatura.

Vi sono secoli di consuetudine tra il popolo di Israele e il pensiero musicale, ovvero con la musicalità del pensiero. Nell’ebraismo già l’interpretazione del testo biblico ha un che di sinfonico; non ci sono piani di interpretazione diversi, da una parte l’allegorico, dall’altra l’ermeneutico classico. Si offrono simultaneamente tutti. Nei templi la lettura stessa della Bibbia possiede un suo ritmo incontrovertibile. Le melodie variano tra le obbedienze ma il ritmo va imparato sudando su pagine accostate e contrapposte: lo sguardo rimbalza tra una pagina limpida e la stessa pagina con i grafemi infiorettati dai segni di cantilenazione. Ci si deve allenare bene, perché la lettura della Torà in tempio diventerà cimento senza spartito.

I segni sono doppi: corrono sopra e sotto le parole. La cantilenazione superiore è riservata alla lettura collettiva, pertanto  il registro più alto è corale.

Per questo ogni voce solitaria non è mai vanagloriosa ma reca in sé umiltà e aspirazione al registro collettivo.

Il popolo israelita è considerato il popolo del Libro, della Parola. Sembrerebbe che ogni suo agire, ogni suo intervento sulla materialità debba passare per il precetto. In realtà i libri, le parole, sono destinati a evaporare, c’è un lento ma inesorabile offuscarsi dei significati. Il buon ebreo nelle sue preghiere quotidiane evoca sacrifici che non hanno più luogo da secoli. Una liturgia senza santuario. Ciò che importa è far risuonare quelle parole in corpo, trasformarsi in strumento e interpretare. Anche la prossimità di suono, l’omofonia, offre una coerenza di relazione tra le parole. Nell’interpretazione, i sensi non sono mai separati. Al Sinai, nell’atto di ricevere le Dieci Parole, il popolo non ‘vide’ forse delle voci?

Il popolo del Libro è prima popolo della voce, dell’oralità; e prima ancora popolo del suono insito nella materia.

How is that a voice will turn into a song?
Haim Baharier

The responsibility and, the burden of teaching becomes sometimes honour: the honour of having students who know how to transform verbal and thought impulses in music, in song: Delilah Gutman  and Rephael Negri.

The hard study is redeemed by melody. “To sow tears and then to reap singing”.  I read in a psalm.

How is that a voice will turn into a song? Above all, with gratuitousness.

The thirteenth tribe of Israel was that one of the Levites: a tribe without possessions, its function was to glue the other twelve of the whole Israelite identity: it performed this function through the musical accompaniment. It embodied the gratuitousness of Arts, tying together the specificities of each tribe, to make of them a universal fabric. The Levites who rose psalms up to God for each day of the Creation, on the sixth day, when man was created, they sang: For (o) nài malàh, “God reigns…” (Psalm 93: 1). Malòh, ‘to reign’, is also ‘to mediate’. On the sixth day they ushered in a mediation: from than on, there were expectations of a relationship between two people, a communication. Man’s ear, made of flesh and freedom of conscience, was finally ready, suitable to listen. If the size of the transcendent, of God who made himself backwards, does not provide sounds, his creature’s ear is not deaf.

There are centuries of tradition between the people of Israel and the musical thought, that is with the musicality of thought. In Judaism, the interpretation of the biblical text has already something symphonic; there are not different levels of interpretation, on the one hand, the allegorical, on the other one the classic hermeneutic. All are offered simultaneously. In the temples the same reading of the Bible has its own incontrovertible rhythm. The melodies vary among obediences, but the rhythm needs to be learned about sweating on compared and opposite pages: the gaze bounces between a clear page and the same one with graphemes decorated with the signs of a sing-song. You must train well, because the reading of the Torah in the temple will become a test without a score.

The signs are double: they run above and below the words. The upper sing-song is reserved for the collective reading, so the highest register is choral.

For this reason every lone voice is never boastful but it has humility and aspiration to a group range.

The people of Israel is considered the people of the Book, of the Word. It would seem that every their action, every their participation on the materiality should go through the precept. In fact, books, words, are destined to evaporate, there is a slow but inexorable blurring of meanings. A good Jew in his daily prayers evokes the sacrifices that have had no more place for centuries. A liturgy without the sanctuary. The most important thing is to let those words resonate in the body, become an instrument and play. Also the proximity of the sound, the homophony, offers a consistent relationship among the words. In the interpretation, the senses are never separated. At Sinai, perhaps, in the act of receiving the Ten Commandments, did not the people ‘see’ voices? 

L’antica voce
Liliana Treves Alcalay

Sin dalle epoche più remote l’antica voce del popolo ebraico si è trasmessa attraverso la tradizione orale che, come in una sorta di disco vivente, ne ha registrato fedelmente i suoni e i sentimenti che l’hanno animata. E’ una musica suggestiva che si è ramificata in un intreccio inestricabile di forme musicali e presenta una straordinaria varietà di stili dovuta alla dispersione delle comunità ebraiche nel mondo.

Ramo antico della tradizione musicale ebraica è la musica sefardita, composta da suggestive romanze spagnole, inni religiosi, struggenti melodie d’amore e nuziali, dolci ninnananne che per secoli gli ebrei della Penisola Iberica avevano cantato e che continuarono a cantare anche dopo il loro esodo forzato nel 1492. E’ un patrimonio musicale giunto intatto sino ai nostri giorni che si è arricchito, cammin facendo, di forme, ritmi ed espressioni locali che hanno influenzato buona parte del repertorio sefardita nato dopo l’esodo.

La musica yiddish nasce in Renania circa dieci secoli fa ed è il ramo più giovane della musica tradizionale ebraica. Durante il Medioevo le popolazioni ebraiche degli stati germanici, a causa delle persecuzioni, emigrarono verso paesi dell’Est (gli attuali Russia, Polonia, Lituania) trasportando la loro cultura e mantenendo la loro lingua originaria che, a contatto delle lingue locali, prenderà successivamente il nome di yiddish.

Negli shtetl, poveri villaggi a prevalenza ebraica, dove regnavano la miseria, l’oppressione e l’isolamento culturale si forma così la struttura poetica e musicale del canto yiddish. Melodico, struggente, vibrante ci parla di un popolo che conosce il dolore e la sofferenza ma che non perde mai la speranza e non conosce l’odio.

Era compito delle donne – vere depositarie della musica tradizionale ebraica – scandire a suon di melodie la vita ebraica all’interno delle comunità ed è per merito loro se oggi possiamo ancora fruire delle stesse melodie tramandate nel tempo.

In questo incantevole disco dal suggestivo titolo ITalYa, che in ebraico significa Isola della rugiada divina – composto da 26 brani musicali, in ebraico in giudeo spagnolo e in yiddish in cui spiccano la splendida voce e interpretazione di Delilah Gutman e le mirabili esecuzioni e accompagnamenti del violinista Raffaello Negri –  ripercorriamo un emozionante viaggio nella musica tradizionale ebraica.

Sin dalle prime note avvertiamo il profondo misticismo degli inni religiosi, i piyyutim – nati in Palestina a partire dal VI secolo – che la voce di Delilah Gutman evoca con forza dal passato; siamo trasportati con levità dentro il mondo delle melodie sefardite, ancora vibranti d’amore e di nostalgia per l’amata Spagna; percepiamo il tormento e lo struggimento che affiorano dalle note e dalle parole dei canti yiddish, molti dei quali composti durante il nazismo. E, infine, ritroviamo intatte le emozioni che hanno animato le voci delle nostre antiche ave, le stesse che avvertiamo nella voce di Delilah Gutman che, insieme al suono del violino di Raffaello Negri, le trasmette nuovamente con tanta intensità. La tradizione continua…

The ancient voice
Liliana Treves Alcalay

Since old times the ancient voice of the Jewish people has been transmitted through the oral tradition, as in a sort of living record, it has faithfully recorded the sounds and feelings which have given life to it. It is a moving music that has branched out into an inextricable intertwining of musical forms and presents an extraordinary variety of styles due to the dispersion of the Jewish communities throughout the world.

Sephardic music is an ancient Jewish musical tradition branch, composed of charming Spanish romances, hymns, love and wedding haunting melodies, sweet lullabies sung for centuries by the Jews of the Iberian Peninsula who continued to sing even after their forced exodus in 1492. It is an intact musical heritage arrived up to nowadays, enriching on the way, of forms, rhythms and local bodies who have influenced much of the Sephardic repertoire born after the exodus.

The Yiddish music was born in the Rhineland about ten centuries ago and it is the youngest branch of traditional Jewish music. During the Middle Ages the Jewish people of the Germanic states, because of persecution, emigrated to Eastern European countries (the current Russia, Poland, Lithuania) carrying their culture and maintaining their original language which, in contact with the local languages​​, subsequently will take the name of Yiddish.

In the shtetl, poor villages predominantly Jewish, where misery, oppression and cultural isolation reigned, so the poetic and musical Yiddish singing is formed. Melodic, haunting, vibrant it speaks of people who know pain and suffering but who never lose hope and do not know hatred.

It was the task of women – true custodians of traditional Jewish music – to scan with the sound of melodies the Jewish life in the communities and it is thanks to them if nowadays we can still enjoy the same melodies handed down over time.

In this charming record with the suggestive title ITALYA, which in Hebrew means Island of the divine dew – made ​​up of 26 musical excerpts,  in Hebrew,  in Spanish Judeo and Yiddish interpreted by Delilah Gutman with her superb voice and with the wonderful performances and accompaniment of the violinist Raphael Negri –we look back on an exciting journey in the traditional Jewish music.

From the first notes we feel the deep mysticism of religious hymns, the piyyutim – born in Palestine from the sixth century – which the voice of Delilah Gutman strongly calls up from the past; we are transported with levity into the world of Sephardic melodies, yet vibrant with love and yearning for the beloved Spain; we perceive the torment and the pining emerging from the notes and the words of Yiddish songs, many of them composed during the Nazi era. And finally, we find intact the emotions that inspired the voices of our ancient ancestresses, we feel the same forward again with such intensity, in the voice of Delilah Gutman, along with the sound of Raphael Negri ‘s violin. The tradition continues …

Il suono
Carlo Fiore

Delilah Gutman è una “cercatrice”: cerca da trent’anni il suo suono. Lo ha già trovato in passato nelle corde del pianoforte, nella composizione scolastica, nel live electronics, nel rapporto con l’arte figurativa. Ogni ritrovamento è stato per lei dapprima rivelazione poi punto di partenza per nuove ricerche, sempre più in profondità. Adesso sembrerebbe giunta alle radici della sua musica, avendo definitivamente tracciato la mappa del proprio genoma, in cui si combinano i cromosomi paterni della civiltà ebraica con quelli materni della tradizione liutaria italiana e, insieme, emettono una voce. Ne deriva, quasi per filiazione, questo disco di canto e violino in ebraico (lingua comune alla voce e all’archetto). Disinteressati alle definizioni di genere (nuova musica? klezmer? crossover?), i brani raccontano di un’identità in rapporto coi luoghi in cui vive e con la storia individuale e collettiva: temi “classici” della filosofia e della composizione occidentali, qui riassunti in una prospettiva moderna e ancestrale al tempo stesso.

The sound
Carlo Fiore

Delilah Gutman is a seeker: she has been looking for her own sound for thirty years. She has already found it, in the past,  in her piano strings, in her music composition, in live electronics, in her relationship with the visual arts. Each finding was for her at first a revelation, then the starting point for new researches, more and more in depth. Now she would seem to come to the roots of her music, having finally mapped her own genome, where the paternal chromosomes of Jewish civilization combine with those of maternal Italian lute-makers tradition and, together, they emit a voice. As a result, almost by filiation, this record for violin and voice, in Hebrew (a common language at the voice and at the bow). Uninterested in genre definitions (new music? Klezmer? Crossover?), the songs tell of an identity in relationship with the places where she lives and the individual and collective history: “classic” themes of Western philosophy and composition, summarized here, at the same time, from a modern and ancestral perspective.

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